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Verso un mondo cyberpunk?

Posted by on aprile 26, 2016 in Categoria1 | 0 comments

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Mi è capitato nelle ultime settimane di rileggere in rapida successione due celebri trilogie di William Gibson, la Trilogia dello Sprawl e il Ciclo di Bigend. Per chi non ama la fantascienza  William Gibson è l’inventore del genere Cyberpunk, quel filone narrativo in cui si colloca anche Matrix (la Matrice, in effetti, è un’invenzione dello stesso Gibson, anche se negli anni ’80 erano parecchi a parlarne).

La prima trilogia è ambientata in quell’universo pieno di computer, chirurgia sperimentale e oscure multinazionali che lo ha reso celebre. La seconda trilogia in questione invece cambia radicalmente spazio, forse perché è stata scritta dopo il 2000. La visione del futuro tecnologico come cyberspazio e ciclopica periferia degradata (lo Sprawl, per l’appunto) era già cambiata e andava verso le forme della realtà aumentata, della new economy e dell’iPhone. Il ciclo di Bigend parla delle vicende legate a “un piccolo e dinamico organismo imprenditoriale” che si occupa di marketing. Ai protagonisti dei tre libri si affianca Bigend, il genio del marketing e proprietario della Blue Ant, che da nome al ciclo.

Questa svolta può sembrare radicale a chi non abbia mai letto ai libri in questione, ma è molto più naturale per chi lo ha fatto. Infatti il cambio di sfondo e di tono delle vicendelascia trapelare il trait d’union dell’opera di Gibson: l’informazione.

In tutti i suoi romanzi sono le informazioni ad essere al centro dell’attenzione: sia come dati bruti, sia nelle loro possibilità di interpretazione. Oltre le scene d’azione, dietro alle ragazze-samurai geneticamente modificate e ai campioni di “BASE jumping, arti marziali, tiro a segno e altre cose” sta una raffinata costruzione teorica sul rapporto tra “dato” e “significato”, ciò che i filosofi della conoscenza chiamano “cosa in sé”.

Ma facciamo un passo indietro e torniamo alle informazioni. Il flusso dei dati che possono essere recuperati nella senso-rete e le notizie apparentemente ininfluenti che possono smuovere le forze primordiali del mercato sono messe al centro dell’attenzione grazie ai loro intermediari, cioè chi è in grado di recuperarle: i cowboy del cyberspazio o le figure professionali decisamente fuori dagli schemi che scova Bigend.

C’è un altro livello in queste due trilogie che invece salta meno agli occhi, anche perché non appare in tutti i libri: il voodoo. In almeno due delle sue opere (Monna Lisa Cyberpunk e Guerreros) appaiono personaggi in grado di comunicare o interfacciarsi con i loa, gli spiriti divini della mitologia africana.

Questa dualità concettuale (dall’ipermaterialismo del mercato e del web ai culti animistici) in realtà si armonizza bene con la natura del flusso di dati. Esiste una dimensione puramente virtuale, in Gibson, che non ha tratti veramente ben distinti da quella che potremmo chiamare “spirituale”: nella rete accadono fatti che non possono influenzare direttamente la realtà (spostare un mobile o far piovere) ma possono avere comunque fortissime ricadute (dalla decisione della yakuza di eliminare un hacker al crollo del prezzo del petrolio); si svolgono incontri che superano i limiti geografici e spaziali; rimangono i fantasmi dei morti, sotto forma di complessissimi “bot”; addirittura possono nascere esseri quasi onnipotenti e onniscienti (come le IA forti del ciclo dello Sprawl).

I loa inoltre non agiscono mai direttamente sul mondo: forniscono informazioni, direttamente o cambiando le percezioni dei loro prescelti: danno consigli, mettono in guardia, fanno insinuazioni volte a guidare gli uomini nelle strade che loro hanno scelto. I loahanno, a ben vedere, una forte affinità con un concetto che abbiamo citato prima: la realtà aumentata.

Il concetto di realtà aumentata è la sovrapposizione al normale flusso di informazioni sensoriali, ovvero ciò che percepiamo con vista, udito, olfatto, tatto e gusto, di informazioni addizionali. Un esempio di realtà aumentata potrebbe essere immaginato come degli occhiali attraverso i quali vediamo un tavolo mentre sulle lenti visualizziamo le caratteristiche del legno, della costruzione, in che episodi domestici è coinvolto e magari alcuni accenni storici, se è di qualche rilevanza collettiva.

Questo ripiegarsi dei tre ordini di realtà dello scrittore (reale, virtuale e spirituale) in un unico ordine non può che portare alla considerazione della scrittura, cioè del più antico metodo di passaggio delle informazioni complesse. Riporta un’antica iscrizione mesopotamica:

 Poiché il messaggero, avendo la bocca pesante, non era capace di ripetere il messaggio, il signore di Kubala diede forma all’argilla e mise le parole in essa, come si fa con una tavoletta. Prima di ciò, le parole non erano mai state messe nell’argilla.

In queste righe è spiegata la nascita della scrittura secondo la mitologia di Uruk. La scrittura porta le informazioni al di là della comunicazione orale: le toglie dalla sfera sociale per portare in uno spazio atemporale, eterno. Ed è questo che esprime William Gibson nei suoi romanzi. Una realtà a ciclo brevissimo e obiqua: dalla rete allo smartphone direttamente nel cervello a tempo zero. Una realtà che incombe sulle azioni reali, sempre meno importanti nel flusso di significato, e a cui il nostro mondo somiglia sempre di più.

Tommaso Somigli Russotto

Ouverture

Ma insieme all’ambizione il nostro gruppo ha sempre avuto presente anche le difficoltà, la necessità di non cadere in errori banali, di cercare di evitare quelli grossolani, di fare di quelli inevitabili una nuova consapevolezza. Per una casa editrice è difficile sopravvivere nel mercato italiano, egemonizzato da pochissime grandi etichette. L’impegno che ci proponevamo di mettere nella ricerca del valore dei nostri libri doveva trasparire anche dai nostri articoli.È sempre difficile trovare le parole giuste per un inizio. Quando l’idea della Farnesi ha iniziato a prendere concretezza si è subito deciso di dotarla, appena possibile, di un blog. Uno spazio che, nelle idee dei soci, doveva essere un luogo di contatto con il nostro pubblico. Un momento di approfondimento delle dinamiche letterarie della scrittura. Un pulpito da cui diffondere le nostre concezione di cosa è l’arte del romanzo oggi, e di cosa dovrebbe e potrebbe essere. Era insomma un progetto ambizioso, all’altezza del contesto in cui veniva inserito.

Quando siamo stati tutti d’accordo che avrei tenuto il blog, quindi, ho iniziato a pensare a cosa poter utilizzare come ouverture. In primo luogo ho considerato un articolo sullo stile letterario. In linea con i miei gusti ho preparato un paio di presentazioni dello stile minimalista, selezionando anche alcuni accorgimenti che sarebbero stati utilizzabili nella stesura di qualsiasi testo. Cercavo qualcosa che fosse familiare a chi mastica di letteratura e interessante per chi invece ne è pressappoco digiuno: non volevo dare l’impressione che ci si volesse arroccare su una torre d’avorio!

Ma era un inizio che non mi soddisfaceva. Non era detto, in fondo, che in un futuro prossimo avremmo pubblicato qualcosa di attinente al minimalismo. Anzi, è contrario alla nostra stessa visione dell’editoria “ordinare” un qualsivoglia lavoro, come se un libro fosse un prodotto industriale di cui si possono specificare le misure e i materiali e prenotarne un quantitativo massivo. Il nostro compito dovrebbe essere trovare piccole gemme, dare validi consigli nella rifinitura e poi consegnarle a chi le può apprezzare. Un articolo del genere continuava a evocare un grossista che elenca le qualità della sua merce – perciò lo scartai.

Avendo parecchi spunti quindi pensai a qualcosa sulla critica, o magari sull’ermeneutica dei romanzi – un campo nel quale trovo che vengano alla luce gli aspetti più reconditi e profondi della scrittura. Questo lavoro è molte volte simile a quello di un minatore che inizia a scavare su un terreno promettente sperando di trovare, prima o poi, dell’oro. Nel mio caso avrei dato solo qualche picconata, ma basta aprire un qualsiasi manuale di antropologia culturale per vedere quanto gli scrittori, a volte anche al di fuori dei propri intenti, siano attenti osservatori della società e delle idee.

Anche questa era una strada promettente, ma rischiava di scontentare gli eventuali lettori. Il lettore non può essere sempre accontentato, altrimenti si vizia – si rischia cioè di dargli da leggere solo quello che vuole, venendo così meno al compito fondamentale della letteratura, che è l’arricchimento intellettuale. Vedere sempre confermate le proprie convinzione e le proprie prospettive è il modo migliore per uccidere l’intelligenza di chiunque. Nonostante queste premesse però mi sembrava fuori luogo scontentare i più fin da subito: si sarebbe persa l’altra grande funzione della letteratura, che è divertire. Certamente leggere un saggio può essere illuminante, ma solo poche volte è divertente quanto leggere un romanzo. Il lettore non va viziato – ma nemmeno annoiato.

Mi trovavo di nuovo al punto di partenza, e considerevolmente più povero di parecchie alternative. Eppure tutto quel riflettere e riscrivere mi aveva dato un’idea.

Iniziai a pensare che il modo migliore di presentarsi fosse dare un piccolo assaggio pratico del modo in cui svolgiamo il nostro lavoro: degli interrogativi che ci animano, del nostro modo di procedere. Della cura del dettaglio, dal più piccolo al più importante.

Volevo, di nuovo, accorciare la distanza tra me e i miei eventuali lettori: creare un rapporto in qualche modo diretto, che mostrasse l’azione dei filtri letterari e culturali.

A questo punto il lavoro è stato facile: ho riassunto in poche righe il lavoro che avevo svolto fino a quel momento, cercando di spiegare brevemente i principi della nostra attività.

Forse non era “Amici, Romani, Cittadini”, ma avevo la mia apertura.

Tommaso Somigli Russotto