Verso un mondo cyberpunk?

Mi è capitato nelle ultime settimane di rileggere in rapida successione due celebri trilogie di William Gibson, la Trilogia dello Sprawl e il Ciclo di Bigend. Per chi non ama la fantascienza  William Gibson è l’inventore del genere Cyberpunk, quel filone narrativo in cui si colloca anche Matrix (la Matrice, in effetti, è un’invenzione dello stesso Gibson, anche se negli anni ’80 erano parecchi a parlarne). La prima trilogia è ambientata in quell’universo pieno di computer, chirurgia sperimentale e oscure multinazionali che lo ha reso celebre. La seconda trilogia in questione invece cambia radicalmente spazio, forse perché è stata scritta dopo il 2000. La visione del futuro tecnologico come cyberspazio e ciclopica periferia degradata (lo Sprawl, per l’appunto) era già cambiata e andava verso le forme della realtà aumentata, della new economy e dell’iPhone. Il ciclo di Bigend parla delle vicende legate a “un piccolo e dinamico organismo imprenditoriale” che si occupa di marketing. Ai protagonisti dei tre libri si affianca Bigend, il genio del marketing e proprietario della Blue Ant, che da nome al ciclo. Questa svolta può sembrare radicale a chi non abbia mai letto ai libri in questione, ma è molto più naturale per chi lo ha fatto. Infatti il cambio di sfondo e di tono delle vicendelascia trapelare il trait d’union dell’opera di Gibson: l’informazione. In tutti i suoi romanzi sono le informazioni ad essere al centro dell’attenzione: sia come dati bruti, sia nelle loro possibilità di interpretazione. Oltre le scene d’azione, dietro alle ragazze-samurai geneticamente modificate e ai campioni di “BASE jumping, arti marziali, tiro a segno e altre cose” sta una raffinata costruzione teorica sul rapporto tra “dato” e “significato”, ciò che i filosofi della conoscenza chiamano “cosa in sé”. Ma facciamo un passo indietro e torniamo alle informazioni. Il flusso dei dati che possono essere recuperati nella senso-rete e le notizie apparentemente ininfluenti che possono smuovere le forze primordiali del mercato sono messe al centro dell’attenzione grazie ai loro intermediari, cioè chi è in grado di recuperarle: i cowboy del cyberspazio o le figure professionali decisamente fuori dagli schemi che scova Bigend. C’è un altro livello in queste due trilogie che invece salta meno agli occhi, anche perché non appare in tutti i libri: il voodoo. In almeno due delle sue opere (Monna Lisa Cyberpunk e Guerreros) appaiono personaggi in grado di comunicare o interfacciarsi con i loa, gli spiriti divini della mitologia africana. Questa dualità concettuale (dall’ipermaterialismo del mercato e del web ai culti animistici) in realtà si armonizza bene con la natura del flusso di dati. Esiste una dimensione puramente virtuale, in Gibson, che non ha tratti veramente ben distinti da quella che potremmo chiamare “spirituale”: nella rete accadono fatti che...

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